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Nella
toponomastica locale “ronco” significa luogo isolato con sterpi e sodaglia,
ma anche bosco dissodato e reso fertile: come il Ronco ai piedi di monte
Faggiola (1031 m.s.l.m.) in una convalle a tre chilometri da Moraduccio sul
confine di due regioni, la Toscana e l’Emilia, di tre province e tre comuni.
I
primi colonizzatori del Ronco sono ignoti, ma presumibilmente sono gli stessi
dell’alta e media Valle del Santerno, cioè tribù umbre e celtiche prima e
associati romani poi.
Nel
572 si accenna per la prima volta a
questi luoghi quando l’esercito bizantino di Ravenna inviò a Tirulum (Tirli
FI) dei soldati per impedire la discesa di tribù longobarde che, battute presso
Bologna, tentavano di scendere dal Santerno. Il Ronco a quel tempo, come altri
luoghi nella valle, doveva essere una “villa” di qualche patrizio, cioè un
podere aperto con un massaro e più famiglie di servi. Le difese militari
intorno al Ronco sorsero più tardi in epoca feudale col Castello di Tirli e la
Rocca della Paventa.
Nel
1312 la prima menzione scritta del
Ronco. La nobile famiglia fiorentina dei Ghinazzi, di fede ghibellina, bandita
da Firenze, fu accolta dagli Ubaldini al Ronco, loro feudo. Nel palazzo più
antico del Ronco è tuttora visibile la loro insegna nobiliare: uno scudo con
fascia dorata e tre gigli, o fiordalisi, la stessa dei Ghinazzi nella Pieve di
San Cresci in Valcava. In breve questi esuli si identificarono col luogo di
residenza e furono chiamati i “Ronchi del Ronco”.
Nel
1354 Niccolò e Figo Ronchi del
Ronco dal comune di Tirli, “quandam de Valcava nunc de Roncho”(una volta di
Valcava ora del Ronco), compaiono negli archivi del comune di Imola come
confinanti imolesi; e da altri documenti dell’epoca si arguisce che i confini
del Ronco da allora sono rimasti inalterati.
Nel
1373 i fiorentini distruggono il
Castello di Tirli, l’ultimo feudo degli Ubaldini nel Mugello e li sottomettono
alla Repubblica.
Nel
1497 Marco de Roncho è sindaco e
amministratore del comune di Tirli.
Nel
1504 “Ronchinus de Roncho
aedificavit parvulam ecclesiam S. Margheritae….”(edificò la piccola chiesa
di Santa Margherita), quella tuttora esistente.
Nel
1506 i conti Vaini di Imola, in
lotta coi Sassatelli per il dominio della città, distruggono la Rocca della
Paventa e ne uccidono il castellano. Con la definizione ed il presidio dei
confini tra Stato della Chiesa e Signoria dei Medici di Firenze, poi Granduchi
di Toscana, qui fiorirono il contrabbando e la malavita. Si dice che il rio
Canaglia che scende dal Ronco e taglia in due Moraduccio abbia preso il nome in
quel tempo.
Nel
1538 i Ronchi del Ronco fondano e
amministrano lo “spitale” di Santa Lucia a Moraduccio, dotato di lasciti,
come quello che già amministravano a Tirli per l’asilo ai malati e ai
pellegrini.
1590
la “battaglia del Ronco”. Alfonso Piccolomini noto patrizio bandito dalle
Marche organizza una rivolta nel pistoiese contro il Granducato di Toscana e lo
Stato della Chiesa; ma scoperto fugge sui monti con circa 160 armati, lungo il
confine tra i due stati, per unirsi a bande di fuorilegge in Romagna, compiendo
per strada delitti e azioni banditesche. Braccati da circa mille guardie di
entrambi gli stati, il 22 giugno i banditi vengono accerchiati intorno al Ronco.
Seguono per tutto il giorno rumorosi scontri a fuoco sulla Paventa e sulla
Faggiola, ma a notte riescono a fuggire verso la Romagna lasciando quattro
feriti dei loro ed un morto fra le guardie.
Nel
1596 un testamento della famiglia,
rogato alla Massa di Castel del Rio, conferma che i Ronchi, benché esiliati,
erano ancora ricchi di molti beni. Al Ronco, isolato tra i monti e a cavallo di
due stati, quello di Firenze e quello della Chiesa, e dominato da due castelli,
la Rocca della Paventa a nord e il Castello di Tirli a sud, la vita non fu mai
facile e i suoi signori dovettero destreggiarsi con diplomazia tra l’uno e
l’altro.
Nel
1788 il Granduca Leopoldo II, nel
riordinare l’amministrazione dello stato, fece costruire qui due dogane che
presero in mezzo il Ronco: una a Moraduccio (ancora esistente) e l’altra in
vetta alla Macchia dei Cani sul monte Faggiola (incendiata durante un
rastrellamento dell’ultima guerra perché ritenuta base partigiana della 36°
Brigata “Garibaldi”).
Nel
1849 Garibaldi passò per questi
monti. La notte del 30 Agosto, in fuga da Ravenna braccato dalla polizia
papalina, attraversò la Faggiola diretto a La Spezia per riparare all’estero.
Nel
1804 l’ultimo discendente della
famiglia, Pier Maria Ronchi, commissiona all’antiquario Luigi Gori di Firenze
una memoria storica documentata sulle origini e glorie della sua casata. Poco
dopo Pier Maria muore senza eredi.
1944
anno di guerra. Intorno
alla Faggiola, durante la primavera si organizzarono le prime bande partigiane
della 36° Brigata Garibaldi che nell’estate, in seguito ai rastrellamenti
nazi-fascisti, si dislocarono più in alto intorno a monte Bastia. Lungo questo
crinale, dopo lo sfondamento della Linea Gotica al passo del Giogo, scesero
combattendo le truppe americane del 350° Reggimento “Blue Devils”. Sulla
Rocca della Paventa, il 24 Settembre furono violentemente attaccati da reparti
tedeschi della 44° Divisione, che inflissero loro numerose perdite.
Nel
dopoguerra il Ronco passò per svariate mani, non sempre capaci, che infine lo
saccheggiarono abbandonandolo. Così da ricca fattoria qual era con bestiame,
grano, carbon dolce e marroni, ripartiti in nove poderi con altrettanti casolari
sparsi e grosse famiglie di contadini, con l’ampia residenza del fattore e il
solido palazzo padronale al centro, abbandonato a se stesso, in pochi anni si
avviò a tornare il Ronco di tanti secoli prima.
I
nuovi proprietari intendono riportare il Ronco a nuova vita: assieme al
ripristino della viabilità, sono impegnati in opere di risanamento dei casolari
abbandonati, del palazzo padronale e della chiesetta storica con validi progetti
di sviluppo agrituristico e di valorizzazione dell’immenso patrimonio
forestale in cui il Ronco è immerso.
Testo gentilmente raccolto da Lorenzo Raspanti.

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